Oggi voglio parlarvi di un gesto che quasi tutti conosciamo e che quasi nessuno si ferma a guardare fino in fondo: la mano che scivola verso il telefono in un momento in cui, in realtà, non c'era nulla da controllare. Non è arrivata una notifica. Non stiamo aspettando un messaggio importante. Semplicemente, per un istante, non c'era niente da fare — e il telefono si è materializzato in mano prima ancora che decidessimo di prenderlo.
Può succedere in ascensore, in fila alla cassa, nei trenta secondi tra la fine di una riunione e l'inizio della successiva, la sera sul divano quando la serie che stavamo guardando è finita e i titoli di coda scorrono ancora per qualche secondo. Il gesto compare esattamente nei momenti vuoti: quegli interstizi minuscoli in cui, per una manciata di secondi, non c'è un compito a occupare la mente.
Due tipi di vuoto
Vale la pena distinguere, perché non tutti i vuoti sono uguali. C'è un vuoto che potremmo chiamare fertile: quello che si apre quando decidiamo noi di fermarci, di non riempire subito lo spazio, e che lascia emergere qualcosa — un pensiero che non avevamo ancora messo a fuoco, un desiderio che stava aspettando silenzioso il suo turno, semplicemente il contatto con come stiamo in quel momento. E c'è un altro tipo di vuoto, più simile a un piccolo allarme: quello che si presenta come una domanda scomoda travestita da noia — sono nel posto giusto della mia vita? sto vivendo quello che vorrei vivere? — e che il corpo, prima ancora della mente, cerca di zittire nel modo più rapido che conosce.
Il telefono è diventato, negli ultimi anni, lo strumento perfetto per non lasciare che questa seconda domanda faccia in tempo a formularsi — e questo controllo compulsivo dello smartphone, ripetuto decine di volte al giorno, è spesso il primo segno di una dipendenza dal telefono che facciamo fatica a riconoscere come tale. Basta un gesto, mezzo secondo, e il vuoto è di nuovo pieno — di un feed, di una notifica, di qualsiasi cosa. Il problema non è tanto il contenuto che guardiamo, quanto la velocità con cui abbiamo imparato a non restare mai scoperti, nemmeno per i pochi secondi che servirebbero a sentire cosa c'era, in quel vuoto, prima di riempirlo.
Andare verso, invece di riempire o fuggire
La psicoterapia della Gestalt ha un concetto che qui torna utile, anche se il suo nome — ad-gressività, dal latino ad-gredior, andare verso — suona più bellicoso di quanto sia. Non ha a che fare con l'aggressione nel senso comune del termine: descrive il gesto di mordere l'esperienza, di masticarla, invece di ingoiarla intera senza nemmeno assaggiarla. È l'opposto sia del riempimento automatico sia della fuga: è un movimento verso ciò che sta accadendo, non lontano da esso.
Il taoismo, da una direzione diversa, parla di wu wei: non-azione, ma non nel senso di inerzia o rinuncia. È un'azione che non forza le cose, che le lascia essere nella forma che hanno invece di imporsi su di esse. Messi insieme, questi due concetti disegnano una terza via che spesso ci sfugge: né riempire compulsivamente il vuoto, né restarne travolti passivamente, ma abitarlo — restarci dentro abbastanza a lungo da lasciare emergere cosa varrebbe davvero la pena di masticare, se non fosse lo schermo. Vedi anche: cosa significa lavorare nel "qui ed ora".
Il sintomo come voce imperfetta
Il gesto compulsivo non è quasi mai solo un vizio da correggere con più forza di volontà. È un modo — impoverito, meccanico, ma pur sempre un modo — con cui qualcosa in noi cerca di farsi notare proprio nei momenti in cui il resto tace.
C'è un'ultima cosa che vale la pena tenere in tasca, con cautela. Non è detto che quel qualcosa sia una grande verità esistenziale in attesa di essere scoperta: a volte è solo un'abitudine ben allenata, senza nulla di più profondo sotto. Ma la domanda che vale la pena porsi, prima di correggere il gesto, non è "perché non riesco a smettere", quanto piuttosto: cosa stava cercando di dirmi, insistendo proprio in quel momento vuoto?
Non è una domanda a cui bisogna rispondere subito. È una domanda da portare con sé, per il prossimo momento vuoto che si presenta — quello in ascensore, quello in fila alla cassa, quello sul divano dopo i titoli di coda — per vedere, solo per una volta, cosa succede se invece di riempirlo, lo si lascia parlare. Vedi anche: dipendenze comportamentali.
Qualche gancio da portare con te
Non servono grandi rivoluzioni per cominciare a sperimentare. Bastano piccoli inneschi, da provare nei prossimi giorni senza pretendere che funzionino subito, né sempre:
- Dai un nome al gesto, senza giudicarlo. La prossima volta che la mano si muove da sola verso il telefono, prova solo a dire a te stesso "ecco, sto riempiendo un vuoto" — senza fermarti, senza vergognarti. Solo notando.
- Conta fino a tre prima di sbloccare lo schermo. Non per resistere: per lasciare che il vuoto abbia il tempo di mostrarsi, anche solo per tre secondi, prima di richiuderlo.
- Chiediti cosa c'era un attimo prima — non cosa c'è sullo schermo. Noia? Imbarazzo? Una domanda che si stava per formulare e che non hai fatto in tempo a sentire?
- Prova a dare voce al vuoto, per una volta, invece di zittirlo. Se quel momento potesse parlare, cosa direbbe? Non serve una risposta elaborata — bastano poche parole, scritte di getto su un foglio o anche solo pensate.
- Tieni un piccolo diario dei vuoti, per una settimana. Non per analizzarli subito: solo per raccoglierli. Quando sono arrivati, cosa stavi facendo, cosa hai sentito. Certi disegni si vedono solo quando si accumulano abbastanza punti.
Nessuno di questi stratagemmi è pensato per risolvere qualcosa in un colpo solo. Sono modi diversi per restare un po' più a lungo in quel secondo prima del gesto automatico — il tempo che serve, quasi sempre, perché la domanda vera abbia almeno la possibilità di farsi sentire.