La maggior parte dei giocatori inizia con una vincita. Una vincita, magari non esorbitante. Ma abbastanza forte da lasciare un segno. Resta dentro la sensazione: l'adrenalina, l'euforia, quella specie di apertura improvvisa in cui sembra che tutto sia possibile. E soprattutto resta un'idea, spesso implicita: può succedere di nuovo.
Poi, col tempo, qualcosa cambia. C'è un momento in cui il gioco smette di essere solo divertimento e diventa qualcos'altro. Un rifugio. Un modo per accendere qualcosa quando dentro si sente poco. O, al contrario, per spegnere quello che è troppo.
Cosa succede davvero
La dipendenza da gioco d'azzardo non è una questione morale, né una debolezza di carattere. Sotto c'è quasi sempre qualcosa di più sottile: una difficoltà a stare con le proprie emozioni, a tollerare l'incertezza, a trovare altri modi per sentirsi presenti. Il tavolo da gioco — reale o virtuale — diventa il posto dove si è finalmente dentro qualcosa, dove il tempo si ferma, dove non si pensa.
Come lavoriamo insieme
La filosofia di fondo non è demonizzare l'inclinazione al piacere, ma imparare a contestualizzarla all'interno di una costellazione di valori — ritrovare, cioè, cosa stavi cercando davvero, e trovare modi più autentici per raggiungerlo.
In seduta lavoriamo nel qui ed ora: su quello che senti, su quello che il corpo racconta, su quello che si agita quando non giochi. Collaboro con Orthos, il programma residenziale intensivo fondato da Riccardo Zerbetto, per i percorsi che richiedono un contenimento più strutturato.
Un passo alla volta
Nella vita vale la pena rischiare. Vale la pena esporsi, scegliere, a volte anche sbagliare. Ma sono rischi diversi. Non sono quelli affidati al caso, a una macchina o a una probabilità. Sono quelli che riguardano la propria vita: dire una verità, cambiare strada, restare quando sarebbe più facile scappare. È lì che la scommessa diventa reale — non contro il destino, ma a favore di se stessi.